sabato 21 luglio 2012

IL PRETESO ALLUNAGGIO DI APOLLO 20: CRATERI PATRONIMICI E SATELLITE




Il seguente testo è tratto dalla postfazione del mio saggio Apollo 20. La rivelazione, che ho pubblicato anni fa con la società americana Lulu Press, Inc., la quale consente ai propri Autori di dare alle stampe volumi e testi con il sito Lulu.com. Mi è sembrato ora doveroso condividere con i navigatori della Rete che non sono soliti leggere libri o non ne hanno il tempo, alcune mie riflessioni ed approfondimenti sul controverso caso Apollo 20. Tali mie riflessioni si concentrano soprattutto sull'incredibile conoscenza tecnica, storica e terminologica - anche in riferimento alla mappatura lunare - che hanno dimostrato gli insiders del caso Apollo 20. Soprattutto il primo - alias "retiredafb", dichiarato Comandante di Apollo 20 (missione spaziale sotto l'egida militare USA-URSS ufficialmente mai avvenuta, e che avrebbe avuto luogo nell'agosto 1976), il quale sin da subito ha citato precise espressioni scientifiche che caratterizzano i crateri della Luna. Il cosiddetto Comandante di Apollo 20 - dichiaratosi tale "William Rutledge" -  ha anche dimostrato una padronanza di concetti tecnici specifici e propri della terminologia radio del programma spaziale Apollo. Qui di seguito il lettore troverà la mia riflessione anche sull'aneddoto relativo alla bandiera di Apollo 17, raccontato da "retiredafb" nel 2007 come prova della sua identità e della credibilità della storia stessa. Essendo io l'unico detentore dei diritti d'Autore del libro, do il mio permesso di copiare sui propri supporti informatici il seguente testo, esclusivamente per uso personale e di studio. Ovviamente sono consentiti la libera citazione in articoli e libri di passi del testo per motivi di critica e discussione. Il testo e le figure sono a mia firma (Copyright Luca Scantamburlo).
Buona lettura a tutti.
Luca Scantamburlo, 21 luglio 2012






dal saggio
Apollo 20. La rivelazione
di Luca Scantamburlo
2010, Lulu.com, Lulu Press, Inc., USA


POSTFAZIONE

Parte prima

DALLA SCOPERTA DELLA "CITY" ALL'INDIVIDUAZIONE DEL 
VEICOLO TRIANGOLARE

In questi ultimi tre anni trascorsi dall'inizio della rivelazione della storia narrata da William Rutlege (cominciata nella primavera del 2007), ho spesso riflettuto su alcuni dettagli forniti da questa cosiddettta "gola profonda", conosciuta su YouTube come "retiredafb": fra essi i due crateri minori di Izsak: "Izsak D" ed "Izsak Y", ed alcune parole tecniche - come il termine "Guido" - fornite nell'ambito della discussione del dialogo radio fra l'Apollo 20 ed il Centro di Controllo Missione (vedi la mia intervista, in particolare la risposta alla domanda in particolare la risposta alla domanda numero 10). Cominciamo a prendere in esame le informazioni sui crateri i cui nomi sono contraddistinti da lettere maiuscole: D ed Y, che accompagnano la denominazione di due crateri nei pressi del principale cratere Izsak.
Sul secondo cratere - Izsak Y - non mi sono mai soffermato nei miei precedenti testi per la carta stampata ed il Web. La motivazione è la seguente: tutto il caso è talmente denso di significati più o meno celati, e narrato con tale dovizia di particolari tecnici, che la cosa mi è sembrata inizialmente di secondaria importanza, o comunque non affrontabile senza le adeguate competenze. Lasciai il cratere Izsak Y ai margini della discussione anche per una mia errata valutazione: credevo che fosse stato un refuso del primo insider, un semplice errore di battitura sulla tastiera del computer, quando l'attenzione era tutta spostata sul cratere Izsak D. Col senno di poi, il dettaglio assume tutta'altra valenza.
Solo dopo aver pubblicato questo mio lavoro saggistico sono giunto a risolvere la presenza delle lettere maiuscole romane - la "D" e la "Y" usate da Rutledge. Dimostrare che il loro uso è in accordo con la nomenclatura ufficiale della topografia lunare - una questione decisamente da addetti ai lavori - sarebbe un ulteriore passo in avanti che dimostrerebbe indirettamente che questo dichiarato William Rutledge potrebbe realmente essere un ex astronauta, o comunque un individuo profondamente addentro a questioni astronautiche e militari coperte dalla massima segretezza (in tal caso le missioni Apollo 19 e 20).
Ebbene, dopo una lunga ricerca mi sono imbattuto in due testi scritti da addetti ai lavori della comunità scientifica che confermano ancora una volta quanto profonda sia la conoscenza di William Rutledge in merito alla Luna ed al programma spaziale Apollo. Qualcosa che - insieme al materiale video, all'intervista rilasciata ed ai dettagli di tutto il contesto in cui è inserita la complessa vicenda - non è lontanamente né pensabile né alla portata di un semplice buontempone in vena di scherzi che voglia orchestrare una colossale burla. Ma soprattutto: "cui bono" un tale dispendio di energie, mezzi e tempo per studiare? Cioè a vantaggio di chi?
I due testi dove ho trovato i riferimenti a cui alludo sono a firma di Ewen A. Whitaker - astronomo di origine britannica, già coinvolto in missioni NASA e massimo conoscitore della nomenclatura lunare - e di Eugene F. Kranz, già Assistente del Direttore di volo per il Progetto Mercury, e successivamente Direttore di Volo per il programma Apollo. Rispettivamente si tratta dei volumi Mapping and Naming the Moon, e Failure Is Not an Option.


Lato lontano della Luna: crateri patronimici e satellite
Per anni ho pensato che il cratere "Izsak D" a cui si riferiva Rutledge fosse il cratere a forma di otto immediatamente a sud dell'oggetto fusiforme, principale oggetto di discussione della vicenda (si veda la figura A). Pur usando prudentemente nei miei articoli e nelle mie relazioni pubbliche avverbi di dubbio come "forse" e "probabilmente" che lasciavano aperta la possibilità di un mio errore di interpretazione, ero abbastanza sicuro al riguardo. Ed invece - con mia sorpresa ma anche emozione - ho trovato finalmente il criterio con il quale in passato sono stati battezzati i nomi dei crateri minori del lato lontano della Luna, un criterio che sembrerebbe correggere la mia interpretazione, e rispondere positivamente al contesto delineato dal primo insider del caso Apollo 20, letto nei suoi dettagli più piccoli.
L'uso delle lettere maiuscole romane - indicato da Rutledge - sembra coerente con tale criterio: mi sfuggiva tuttavia il principio seguito da coloro che fissarono la nomenclatura. Tuttavia W. Rutledge - ed anche "moonwalker1966delta" poi, con la diffusione del video APOLLO20 EVA2 ON THE WAY TO THE MOTHERSHIP - ci avevano dato alcuni indizi sia nei commenti ai video, sia nell'intervista: Rutledge aveva parlato di una discesa sul cratere "Izsak Y" durante il sorvolo da parte del modulo lunare "Fenice" (ultima rivoluzione prima della discesa), e del cratere "Izsak D" nei pressi della cosiddetta "City", programmata come "Stazione 1" sulla Terra. Se l'attività extraveicolare numero 2 (l'EVA 2) conduceva all'astronave madre, è evidente che quest'ultima sarà stata il target della "Stazione 2": infatti a conferma di ciò abbiamo le stesse parole di "retiredafb", scritte nella primavera 2007 presso il suo profilo di YouTube (primo aprile 2007), e dunque la zona di allunaggio fu verosimilmente scelta nei pressi del cratere "Izsak D", da dove poi furono trasmesse le riprese della "City" ("Città") e della struttura chiamata "La Cattedrale", attraverso le telecamere del rover lunare.
Ovvio il fatto che la falsità del video della "City" - ampiamente dimostrata - non implica la non esistenza di una "City" in rovina, che potrebbe esistere ugualmente a dispetto della manipolazione del video.






FIG. A
Prima ipotesi: bozza di mappa lunare che considera il maggiore cratere accanto all'oggetto fusiforme, come "Izsak D"; probabile che il cratere a forma di otto, non sia il cratere "Izsak D" a cui Rutledge si riferisce nella sua storia;

disegno di L. Scantamburlo, 2010

A questo punto, è evidente che il cratere più caratteristico accanto all'astronave madre rimane sempre il cratere a forma di otto, ma se questi non fosse "Izsak D" come da me ritenuto in passato - poiché esso sarebbe più vicino alla "Città" (The City) che all'astronave madre - potrebbe tale cratere essere il cratere "Izsak Y"? Prima di prendere in esame il criterio utilizzato dalla comunità scientifica per denominare i crateri satellite (i crateri minori, vicini ad un cratere già catalogato), prendiamo in esame altri particolari e dettagli delle testimonianze.
Rutledge nella mia intervista ci racconta che il programma di esplorazione di Apollo 20 era diverso da quello di Apollo 19, nonostante obbiettivi e luogo di allunaggio fossero gli stessi (si veda la risposta alla domanda numero 12 dell'intervista).
Ed infatti, Rutledge parla di 4 EVA, mentre diversi mesi dopo l'uscita di scena del Comandante dell'Apollo 20, si è fatto avanti un utente di Revver.com - tale "allojz1986" in probabile contatto con "moonwalker1966delta" - il quale ha parlato di 6 EVA per la precedente missione Apollo 19, poi fallita: fra gli obbiettivi, l'astronave madre, la città e la base a Sudovest del cratere Delporte. Dunque la cosiddetta "City" e la "base" sarebbero due distinte strutture, situate su siti lunari diversi, anche se forse non molto distanti.



FIG. B

Seconda ipotesi: bozza di mappa lunare che considera il maggiore cratere accanto all'oggetto fusiforme ("the mothership", cioè l'astronave madre, "Stazione 2" secondo il programma di esplorazione dell'Apollo 20) come il cratere "Izsak Y" , mentre il cratere "Izsak D" - destinazione di allunaggio del lander "Fenice" di Apollo 20 - si troverebbe subito in alto a destra; in tal caso le posizioni dei due crateri e le loro denominazioni sarebbero più coerenti con il principio di nomenclatura di topografia lunare scelto anni addietro, rispetto alla figura A illustrata prima. Si noti che coordinate di latitudine e longitudine sono date qui approssimativamente - sulla base di quanto ricordavo dalla consultazione della mappatura lunare del software NASA World Wind - e si discostano solo per la latitudine dai riferimenti della posizione dell'astronave data nei sottotitoli del presunto dialogo radio dell'equipaggio del LM di Apollo 20: qui essa è disegnata fra il 19° ed il 18° grado di latitudine Sud, mentre nei sottotitoli del video diffuso da Rutledge nell'anno 2007, essa è indicata nelle sue componenti maggiori (base, cockpit e prua) fra il 18° ed il 17° grado latitudine Sud (appendice III). La longitudine è qui invece abbastanza analoga a quella fornita nei sottotitoli (che è data con valore 117.62 Est).
I punti cardinati indicati, si riferiscono ad un sistema di coordinate geocentrico e non selenocentrico.

disegno di L. Scantamburlo, 2010



Come sito di allunaggio del lander lunare "Phoenix" di Apollo 20, la fonte ha parlato di un punto a Sud del cratere "Izsak D". Ripeto che stando alle informazioni da me raccolte e confrontate, l'allunaggio per entrambe le missioni sarebbe stato il medesimo: nei pressi del cratere "Izsak D", che Rutledge indicava nel suo profilo di YouTube come la destinazione della missione Apollo 20: "southwest of Delporte crater", cioè a sudovest del cratere Delporte, tuttavia senza aggiungere ulteriori informazioni (come la distanza da Delporte, le coordinate lunari, il diametro del cratere ecc.)
Se osserviamo una qualunque mappa lunare del lato lontano della Luna, il primo cratere di una certa evidenza a sudovest del cratere Delporte è a mio avviso quello evidenziato in figura B, a forma di otto (bozzetto di mappa lunare, seconda ipotesi).
Potrebbe essere questo il cratere "Izsak D"? La sua posizione non sembra molto coerente con il criterio usato per le cosiddette caratteristiche satellite (satellite features) dei crateri lunari.
Per capire cosa sono questi crateri "satelliti" minori, situati nei pressi di crateri lunari noti e riconosciuti ufficialmente con nome, si può consultare l'ottimo volume Mapping and Naming the Moon. A History of Lunar Cartography and Nomenclature, a firma del già citato Whitaker e per i tipi della Cambridge University Press (1999). Di tale testo, che io sappia, non esiste ancora una traduzione in lingua italiana. Leggendo il capitolo 7 veniamo ad apprendere che l'uso delle lettere romane maiuscole accanto al nome di un cratere già denominato, fu introdotto dall'astronomo Johann Heinrich Mädler (1794-1874), che in tal modo trovò un sistema per designare le caratteristiche sussidiarie, cioè di contorno, dei crateri già catalogati: in parole povere, i crateri più piccoli negli immediati paraggi dei crateri con nome, trovavano così una catalogazione sistematica.
Per quanto concerne i crateri del lato lontano della Luna, dobbiamo fare riferimento al capitolo 11 - intitolato Planets and Satellites Set the Rules - in cui si ricorda la storia della nomenclatura delle caratteristiche dei corpi celesti: si va dall'istituzione all'interno della comunità astronomica del WGPSN - il Working Group for Planetary System Nomenclature nato per coordinare i diversi gruppi di ricerca - all'anno 1995, in cui fu pubblicato la Gazetteer of Planetary Nomenclature, una sorta di dizionario geografico della nomenclatura planetaria, che contiene tutti i nomi riconosciuti dal Congresso Generale dell'Unione Astronomica Internazionale (anno 1994).
Il paragrafo Letters for Farside Craters? del saggio di Whitaker si occupa del problema dei crateri del lato lontano della Luna, e della loro denominazione: alcuni di essi sono unici e degni di investigazione, spiega l'Autore, e dunque vanno nominati. Ma il WGPSN ritenne a suo tempo che non si doveva riconoscere ufficialmente tutte le formazioni lunari con lettera, in quanto ciò avrebbe sovraccaricato un compito - quello della denominazione - già scoraggiante. Infatti - aggiungo io - se si consulta oggi il Gazetteer of Planetary Nomenclature disponibile presso il sito curato dallo USGS (il Servizio Geologico nazionale degli Stati Uniti) e dall'IAU (Unione Astronomica Internazionale), sotto il nome Izsak si trovano per la Luna solo due formazioni ufficializzate:


"Izsak", diametro di 30 km, latitudine -23.3°, longitudine 117.1°, denominazione approvata nel 1970
e
"Izsak T", diametro di 14 km, latitudine -23.2°, longitudine 114.8°, denonimazione approvata nell'anno 2006
(Fonte dati: http://planetarynames.wr.usgs.gov/SearchResults)


Il primo - ovviamente - è un cratere riconosciuto e catalogato decenni addietro, mentre il secondo è il classico esempio di un cratere cosiddetto "lettered crater" o "satellite feature", caratteristica satellite di un cratere maggiore, chiamato anche cratere patronimico. Il criterio di assegnazione delle lettere romane è ben illustrato da Whitaker stesso, sia nel suo libro qui citato, sia in una pubblicazione dell'agenzia spaziale americana: NASA Catalogue of Lunar Nomenclature, risalente all'ottobre 1982 ed a firma di Leif A. Andersson, in collaborazione proprio con lo stesso Ewen A. Whitaker (NASA Reference Publication 1097). In poche parole ogni cratere patronimico è considerato al centro di un orologio suddiviso in 24 ore, in cui i numeri sono stati sostituiti da lettere dell'alfabeto romano, scritte in maiuscolo (ad eccezione delle lettere I ed O, omesse in questo criterio). In tale orologio la lettera Zeta corrisponde alla posizione delle ore 24, ad indicare la posizione Nord. La lettera M indica invece il Sud. Di conseguenza, ciascuna lettera rappresenta un prefissato azimuth (un angolo) dal cratere patronimico, ed i crateri secondari scelti sono etichettati con lettera romana secondo i loro più vicini azimuth. In alcuni casi - spiega Whitaker - quando due o più crateri si trovano lungo medesimi azimuth, alcuni compromessi sono necessari. Spiegato ciò, si può allora comprendere che - chiunque sia William Rutledge - egli ha se non altro indicato dei crateri satellite (Izsak D ed Izsak Y) che si trovano proprio nei paraggi dell'enorme oggetto sigariforme individuato nelle foto scattate da Apollo 15 ed Apollo 17. Ho realizzato una piccola mappa lunare che individua le principali caratteristiche topografiche lunari discusse sinora, dando come riferimento latitudine e longitudine del nostro satellite naturale: si veda in proposito la figura C.



FIG. C

La figura C da me realizzata mostra - nella parte inferiore della figura - qual è il criterio d'assegnazione seguito per la denominazione dei crateri minori, i cosiddetti crateri satellite (come "Izsak T", ufficialmente riconosciuto dalla comunità scientifica, e dunque anche altri possibili crateri satellite non riconosciuti, come "Izsak D" ed "Izsak Y", nominati da William Rutledge sin dall'anno 2007.
Tutte queste riflessioni ci portano alla mia terza ipotesi di lavoro che è illustrata da un'altra bozza di mappa lunare, rappresentata dalla figura D.








FIG. D




Ulteriori conferme dell'incredibile conoscenza tecnica e storica di William Rutledge (Apollo 20 CDR, alias "retiredafb")


Ora veniamo al libro di Gene Kranz, il quale conferma l'esistenza di un misconosciuto termine tecnico usato da Rutledge - dichiarato Comandande dell'Apollo 20 - nel corso dell'intervista che mi concesse alla fine di maggio 2007. Mentre la poco nota espressione "EEcom" - uno dei numerosi termini tecnici da egli usato (si rilegga la risposta alla mia domanda numero 10 dell'intervista, capitolo I) - si trova ad esempio nel Glossario dei termini del Programma Apollo redatto da G. Kennedy (si consulti l'Apollo Lunar Surface Journal ospitato presso il sito Web della NASA http://history.nasa.gov), così non si può dire per la parola "Guido". A cosa essa si riferisce?
Ora, cercando in Rete solo recentemente (e non negli anni 2007 e 2008) sono stato in grado di trovare nei motori di ricerca di alcuni siti Web della NASA la spiegazione: il termine significa genericamente "Guidance Officer", cioè Ufficiale di Guida. Il termine si trova ad esempio presso il sito Web del Kennedy Space Center (lista degli acronimi, "NASA/KSC ACRONYM LIST", aggiornato nel febbraio 2009).
Ma il libro di memorie dell'ex Direttore di Volo della NASA - Eugene F. Kranz, per l'appunto - in proposito è molto più preciso ed illuminante: nel glossario del suo volume ("Glossary of Terms"), a pagina 395 dell'edizione in paperback del giugno 2009 (Simon & Schuster, New York, Stati Uniti) lo annovera e lo definisce come uno specialista del Centro di Controllo Missione, che si occupava della navigazione e del software, sin dalle missioni spaziali Gemini ("MCC specialist in navigation and computer software"). Tale specialista è citato anche nel libro Moon Men Return di Scott W. Carmichael - per anni dipendente della Defence Intelligence Agency ed al servizio del Dipartimento della Difesa - il quale narra del recupero degli astronauti dell'Apollo 11 da parte della portaerei USS Hornet (Capitolo 11, Return to Earth, pag. 123). Dunque William Rutledge ha usato il termine "Guido" in un contesto sostanzialmente corretto ed appropriato.
L'approfondita conoscenza dimostrata da Rutledge di concetti di volo spaziale, della relativa terminologia, e dei nomi degli operatori coinvolti nei dialoghi radio fra la navicella ed il Controllo a terra, difficilmente può essere liquidata come il risultato di un semplice studio da autodidatta, soprattutto considerando la mole di indizi e dettagli storici emersi nel contesto delle tre più importanti testimonianze, raccolte da me od emerse spontaneamente in Rete: quella dei due Comandanti delle missioni Apollo 19 e 20, e quella indiretta dell'anonimo del forum di AboveTopSecret (ATS).
Come se non bastasse William Rutledge - per indicare il lander lunare - ha quasi sempre usato nei suoi scritti l'espressione "lm", che sta per "Lunar Module", e non il ben noto acronimo LEM ("Lunar Excursion Module"), il quale fu cambiato dalla NASA durante il programma Apollo, e sostituito con "LM", anche se la pronuncia rimase la stessa. Questo è un fatto storico che io personalmente ignoravo, e dunque ancora una volta William Rutledge ha dimostrato di citare le corrette espressioni, ben contestualizzate. L'unica volta che ricordi un uso diverso (cioè LEM invece di LM, ma non nei nostri messaggi o su YouTube) è nei suoi presunti messaggi ospitati da Cyberspaceorbit del defunto Kent M. Steadman, morto nell'anno 2008 (si veda il Capitolo XIII).
Come non rilevare poi la sua conoscenza della presenza di serbatoi di elio all'interno della navicella spaziale Apollo, elio non certo usato come propellente, essendo in condizioni standard un gas nobile, inerte. Nel corso dell'intervista Rutledge ne parla in riferimento al cambiamento di valore della pressione su missioni spaziali di lunga durata (come dovevano essere l'Apollo 19 e 20), collegata ad un dispositivo di sicurezza.
Inoltre, sempre a proposito del già citato termine "EECOM", è sempre William Rutledge (cioè "retiredafb") a riportarlo secondo la dicitura ricordata da Kranz, che si discosta dal Glossario Apollo del Kennedy, ove è elencato come "ECOM Electronics Communication", mentre l'ex Direttore di Volo NASA lo riporta come "EECOM", con due lettere "E".
"EECOM" - il libro di Kranz spiega - era l'ingegnere Gemini o del CSM del programma Apollo in servizio presso il Centro di Controllo Missione e responsabile dei sistemi elettrici, ambientali, strutturali, criogenici, di comunicazione, delle celle a combustibile, ecc.
Visto il curriculum e l'esperienza decennale di Eugene F. Kranz in qualità di ex Direttore di Volo NASA ("former Flight Director, NASA"), credo proprio che il suo breve glossario dei termini in appendice al suo volume storico, sia più affidabile del glossario ospitato presso il sito Web NASA. Dunque, William Rutledge - nel resoconto della sua affascinante avventura - ha rispettato la terminologia tecnica in perfetto accordo con le memorie di un addetto ai lavori che ha fatto la storia della conquista spaziale. Difficile allora sostenere che W. Rutledge si sia inventato una colossale burla attingendo soltanto a fonti del Web.


L'aneddoto a proposito della bandiera americana dell'Apollo 17
Veniamo ora all'aneddoto da lui raccontato in merito alla bandiera americana piantata sulla Luna nel dicembre 1972 da Cernan e Schmitt dell'Apollo 17: W. Rutledge - da me interpellato e provocato per dare prova della sua identità di ex astronauta per l'USAF coinvolto in operazioni coperte sulla Luna - mi rispose ai primi di luglio del 2007 raccontando dettagli poco noti. Fra le cose che scrisse, sostenne che tale bandiera in realtà è la bandiera di riserva dell'Apollo 11, usata precedentemente da Aldrin ed Armstrong a terra, al KSC, durante il loro addestramento all'attività extraveicolare (si veda il Capitolo V). Un dettaglio storico apparentemente omesso, o poco noto alla storiografia ufficiale. Nonostante ricevetti nel 2007 per posta elettronica un'indiretta conferma da parte di un mio gentile lettore (residente nel Nordest, il quale però non fu in grado di ricordare la fonte documentale di tale sconosciuto aneddoto), fino all'anno 2010 non fui capace di trovare alcun riscontro a ciò.
Finché un giorno non mi imbattei nell'ottimo sito Web di un addetto ai lavori: l'astronomo e divulgatore britannico di nome David Darling (nato nel 1953, a Derbyshire). Egli - alla voce "Apollo 17" di "Manned Spaceflight" della sua The Internet Encyclopedia of Science - racconta che la bandiera piantata sulla Luna da Eugene Cernan e dal geologo Schmitt, <<had hung in Mission Control since Apollo 11>>, cioè era appesa al Controllo Missione sin dai tempi dell'Apollo 11.
fonte: http//www.daviddarling.info/encyclopedia/A/Apollo_17.html
Tale riferimento - pur non confermando tutti i dettagli forniti da Rutledge sulla sua origine - si avvicina abbastanza alle sue parole. L'enciclopedia di Darling è più che attendibile, in quanto egli è un affermato saggista scientifico ed il suo testo enciclopedico on-line ha come bibliografia una vasta letteratura scientifica e storica, comprendente testi di astronomia e di volo spaziale.


Fonte: Apollo 20. La rivelazione, di Luca Scantamburlo, Lulu.com, Lulu Press, Inc., USA, 2010. Tutti i diritti riservati. Riproduzione su consenso di Luca Scantamburlo (C), 2010.



mercoledì 18 luglio 2012

Lettera aperta al Giornale dei Misteri: fonti e dati del caso Apollo 19/20

di Luca Scantamburlo

Fonte: www.angelismarriti.it, 13 Luglio 2012, (C) L. Scantamburlo 2012

 Nuove note alle immagini a cura di Luca Scantamburlo, 2012



Cortesia NASA/LPI
L'enorme oggetto presente sulla faccia lontana della Luna: 
distinguibile la forma a sigaro; l'oggetto misterioso è adagiato vicino ai crateri "Izsak": dettaglio dall'immagine NASA catalogata AS15-M-1720, ma ruotata di 90°

Spett.le Giornale dei Misteri
Gentile Redazione della pubblicazione mensile Giornale dei Misteri (indicato qui come GdM)
in questa mia lettera aperta divulgata sul mio sito www.angelismarriti.it - in merito a quanto da Voi pubblicato nella rubrica le Vostre lettere di un Vostro recente numero, vi faccio notare (al di là di legittime opinioni personali) che sono riportate alcune inesattezze di carattere storico e tecnico in merito al modulo di escursione lunare "LM" (inizialmente chiamato "LEM") del Programma spaziale Apollo degli Stati Uniti d'America, nonché inesattezze ed interpretazioni distorte in merito alla testimonianza del presunto allunaggio della "fantomatica" missione militare denominata Apollo 20, ufficialmente mai avvenuta e che sarebbe stata il frutto di una collaborazione militare USA-URSS durante la Guerra Fredda. Mi riferisco al Vostro commento scritto da Massimo Valentini, autore della risposta alla lettera intitolata “Missioni fantasma di Maurizio Monzali di Borgo San Lorenzo (pag. 2, nr. 484, GdM, giugno 2012), dove sono chiamato in causa con nome e cognome quale autore di libri. Sulla mia persona e sulle mie ricerche veniva chiesto un giudizio. Andiamo con ordine e prendiamo in esame alcuni punti toccati dalla Vostra risposta alla lettera di Maurizio Monzali.


FINESTRA DI LANCIO DI APOLLO 20 ED ALLUNAGGIO
Nelle mie interviste e nei miei articoli/libri scritti come giornalista e saggista o come semplice scrittore freelance, è sempre stato indicato come momento del lancio di Apollo 20, il mese di agosto 1976 e non comprendo come mai la Vostra risposta parli di una "presunta data di allunaggio" di due anni precedenti. Nella Vostra risposta Voi indicate la data del "6 agosto 1974", una data mai riferita dagli interlocutori che ho intervistato, che hanno parlato della data di partenza del razzo vettore, ma non del preciso giorno di allunaggio. Secondo "retiredafb" - utente YouTube da me intervistato alla fine di maggio 2007 - il lancio del vettore Saturno V di Apollo 20 sarebbe avvenuto il 16 agosto 1976, dalla costa californiana (un Saturno V che sarebbe stato opportunamente modificato per un lancio in orbita polare, come spiegato successivamente da "moonwalker1966delta", il dichiarato Comandante di Apollo 19 e anch'egli utente di YouTube; specifica infatti egli in una delle sue poche risposte in Rete agli utenti della comunità di files sharing: “ [...] both Apollo 19 and Apollo 20 Saturn V have been modified to reach polar orbit and that is the right reason why you can see saturn V leaved first stage at higher altitude then Apollo usual missions.”).
Dunque, a rigore di logica, il preteso allunaggio sulla faccia lontana della Luna sarebbe avvenuto qualche giorno più tardi. Non comprendo pertanto da dove provenga il dato riferito al 6 agosto 1974 (si veda la pagina 3 del nr. 484 del Giornale Dei Misteri, rubrica Le Vostre Lettere). Inoltre, mi preme sottolineare che una finestra di lancio ottimale - per avere sufficiente luce solare sul lato lontano della Luna - sia rispettata con un presunto liftoff  in data 16 agosto 1976. Proprio anni fa (nel 2007) ne discussi sulla base di un commento tecnico fornitomi da un attento lettore, che qui riproduco:
[...]
Veniamo ora al periodo del presunto allunaggio. Scrive sempre il nostro attento lettore
Francesco Faleg:

<< […] La data della presunta missione è ugualmente oscura, nella sua intervista retiredafb non risponde in modo diretto alle sue domande (lei a un certo punto chiede quando avvenne il lancio, ma non ottiene risposta alla fine). Tuttavia forse è possibile restringere l'intervallo di tempo: si nota facilmente che la superficie è illuminata almeno parzialmente (lo si deduce anche dalle ombre) quindi era un periodo in cui il lato nascosto della Luna era illuminato. Questo trova perfettamente riscontro se si confrontano i luoghi e le date dei vari allunaggi delle precedenti missioni con un banale calendario delle fasi lunari: le missioni erano pianificate per
avere sempre luce solare disponibile, un ragionamento quasi ovvio. Ho ottenuto questi dati attraverso il programma "Pianeti Lontani 5" della Finson, un programma che permette di vedere le fasi lunari in tempi anche lontani (come gli anni '70); in seguito li ho confrontati con i luoghi di allunaggio consultabili qui
http://nssdc.gsfc.nasa.gov/planetary/lunar/moon_landing_map.jpg
In breve la missione Apollo 20, nel caso sia esistita veramente, deve essersi svolta in un periodo preciso, quando il lato nascosto aveva luce e il lato visibile non ne aveva. Nell'Agosto 1976 possiamo identificare una finestra di lancio adeguata. Presupponendo una durata della missione di 4 giorni (possiamo ipotizzarla, data l'importanza della missione) una luminosità ideale si sarebbe avuta allunando il giorno Domenica 22 Agosto per poi ripartire giovedì 26 Agosto. Non essendo preveggente, possiamo comunque indicare il periodo compreso fra il 22 e il 27.>>
da una e-mail di Fracesco Faleg a L. Scantamburlo (2007).
18 Settembre 2007


La copertina di UFO Notiziario nr.71 (ottobre-novembre 2007) con  ulteriori scritti sul caso Apollo 20, con diversi approcci e prospettive (oltre ad opinioni fortemente scettiche sulla credibilità del caso, è presente un articolo di Luca Scantamburlo dove si cita a pagina 22 la data del 16 agosto 1976, come presunta data di lancio di Apollo 20, sulla base delle rivelazioni di "retiredafb")


In realtà "William Rutledge" alias "retiredafb" - chiunque egli sia, un semplice impostore o addirittura qualcuno legato all'identità di un autentico Rutledge, ex astronauta militare per il DoD statunitense - nella sua risposta alla mia domanda nr. 11 in cui chiedo quando fu lanciato Apollo 20, risponde anche se non direttamente: egli cita l'anno 1976, ma non il mese esatto in cui sarebbe avvenuta la messa in orbita (si veda la risposta alla domanda undici della mia intervista, pubblicata su UFO Notiziario nr. 70, agosto-settembre 2007). Apollo 20 sarebbe partito dalla Base Aerea di Vandenberg (un poligono di lancio dell'USAF, che si trova fra Los Angeles e San Francisco, e che si estende per decine di chilometri in lunghezza, e per circa dieci in larghezza) il 16 agosto 1976 secondo quanto asserito altrove (e sempre in Rete) dal dichiarato Comandante di Apollo 20. Questa informazione (vera o falsa che sia) è stata da me ricordata in diversi miei articoli dal 2007 in poi, così come nel mio saggio dedicato al caso. Si prenda ad esempio l'articolo <<Il caso Apollo 20: debunking o cavallo di troia per la verità>>, a mia firma e pubblicato sul nr. 71 del bimestrale UFO Notiziario (pag. 22, ottobre-novembre 2007). Il presunto testimone "retiredafb" riferì la data sin dai primi giorni di divulgazione in Rete, e lo fece nelle note di commento al suo video intitolato "APOLLO 20 Legacy liftoff Apollo 20 saturne 5", un filmato postato il 9 aprile 2007 sul suo canale di YouTube (canale di "retiredafb", video poi rimosso insieme a tanti altri). Anche se i video originari e le relative note di commento di “retiredafb” sono state rimosse, i miei articoli su carta stampata testimoniano quanto da me ricordato sulla presunta data di partenza di Apollo 20. Quindi il modulo di Comando e Servizio ed il Modulo Lunare LM (il “LEM”) avrebbero raggiunto la Luna circa 3-4 giorni dopo, e dunque possiamo ipotizzare attorno al 19-20 agosto 1976, proprio in corrispondenza dell’inizio del favorevole periodo individuato prima. Il dichiarato “W. Rutledge”, inoltre, ha affermato che rimasero sulla Luna per <<7 giorni programmati>>.


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La copertina di UFO Notiziario nr. 70, agosto-settembre 2007, dove fu pubblicata tradotta in italiano l'intervista all'insider "retiredafb", preteso Comandante di Apollo 20.
Intervista e servizio a firma di Luca Scantamburlo



IL MODULO LUNARE, IN BREVE "LM"
Sempre a pagina 3 della Vostra pubblicazione (qui indicata brevemente come GdM, nr. 484, giugno 2012) la vostra firma afferma che "il LEM era progettato per tre persone: due sole avrebbero avuto serie difficoltà a manovrarlo". Tale affermazione è destituita di fondamento storico in quanto il veicolo in questione - indicato in seguito come "LM" e non più "LEM", acronimo ad un certo punto abbandonato dalla NASA anche se la sostanza e la pronuncia non cambia - fu progettato privo di sedili e costruito dalla Grumman proprio per essere pilotato da due (2) persone, e non tre come da Voi indicato. L'equipaggio di tre persone per le missioni Apollo prevedeva infatti un Comandante (CDR), ed un pilota del Modulo di Comando (CMP) con il compito di restare in orbita attorno alla Luna (orbita circumlunare) con il modulo di comando e servizio agganciati (questa sì una capsula triposto, in breve CSM, acronimo di “Command and Service Modules”). Dei tre componenti, due membri dell'equipaggio (il Comandante ed il pilota del Modulo Lunare, LMP) impegnati nelle manovre di allunaggio con il modulo lunare "LM". Nel mio volume Apollo 20. La rivelazione, evidenzio anche che il dichiarato William Rutledge, in qualità di Comandante di Apollo 20 e preteso ex pilota collaudatore - nickname "retiredafb"- mostra di conoscere questioni tecniche ed aspetti storici molto dettagliati e prerogativa di addetti ai lavori.

Ad esempio egli ha affermato che durante la sua segreta missione di allunaggio occupava il finestrino di sinistra del LM (stazione di sinistra del modulo di escursione lunare; si veda la mia intervista in proposito). Di conseguenza l'astronauta compagno dell'allunaggio, avrebbe occupato quello di destra. Ebbene, il cosmonauta sovietico Alexei Leonov - che sarebbe stato anch'egli membro dell'equipaggio di Apollo 20 - è sempre stato indicato come LMP (“Lunar Module Pilot”, Pilota del Modulo Lunare) nella discutibile testimonianza, e consultando testi di storia dell'astronautica in lingua inglese, dopo alcuni anni ho trovato che storicamente il pilota LMP per le missioni Apollo occupava proprio la stazione destra all'interno del LM, dato coerente con le informazioni fornite dal dichiarato William Rutledge (si veda in proposito il capitolo XIII Apollo 19/20: le mie ulteriori rivelazioni, Apollo 20. La rivelazione, di Luca Scantamburlo, Lulu.com, Lulu Press, Inc.,2010). Naturalmente non significa che necessariamente tale personaggio sia chi dice di essere. Tuttavia, tali aspetti non possono essere ignorati. Il caso presenta ricchezza storica e tecnica, e non soltanto un estremo fascino (fascino peraltro riconosciuto dalla Vostra stessa firma giornalistica che ha risposto alla lettera citata, quando la descrive come "una storia appassionante ma falsa", pag. 3, GdM, ibidem).


CONTRADDIZIONI, INGANNI E L'INCIDENTE DI APOLLO 19
Che fra i video diffusi in Rete ed inerenti il caso "Apollo 20" vi siano inganni e dati fuorvianti, l'ho sottolineato in più occasioni. Questo non depone certo a favore della credibilità dei personaggi cosiddetti testimoni, ma affermare che "non ne esiste uno autentico" come sostiene la Vostra risposta, mi pare francamente un'opinione del tutto personale che non rende giustizia alla complessità della divulgazione e della vicenda stessa, che dimostra invece una commistione di video e voci reali (provenienti da archivi), di pregresse missioni lunari ufficiali, con elementi video ed audio di dubbia origine, ma che ritraggono uomini e mezzi impegnati in contesti astronautici. Elementi di contraddizione sono presenti in questo controverso caso, come giustamente ha fatto osservare la Vostra firma Massimo Valentini (e come anch'io ho fatto sin dall'anno 2007). Se la risposta al Vostro lettore M. Monzali data da Massimo Valentini ha dei meriti, è proprio sottolineare che quasi nulla è quello che sembra.
Valentini ha posto giustamente l'accento su una delle diverse contraddizioni del caso, che qui sintetizzo come segue: dapprima "retiredafb" rivelò che l'equipaggio di Apollo 19 (la missione precedente) sarebbe deceduto a causa di un incidente nello Spazio nel tentativo di raggiungere la faccia lontana della Luna, ed in seguito un altro misterioso personaggio utente di YouTube - fattosi chiamare "moonwalker1966delta" – intervistato da me nel 2008, raccontò che in realtà l'equipaggio si salvò dall'incidente. Egli – infatti, qualificatosi come un ex astronauta NASA - ne sarebbe stato il Comandante e sopravvisse.
Il presunto episodio merita tuttavia di essere ricordato con i suoi particolari: Apollo 19 avrebbe impattato contro un oggetto sconosciuto (colpito da un “quasi-satellite”, un "something", qualcosa, forse di origine naturale, o forse no) alla fine della manovra di inserimento translunare (“TLI”, nell'acronimo inglese dell'espressione “Trans Lunar Injection”), e non contro un oggetto alieno sulla Luna. La TLI era una manovra di spinta propulsiva – che cominciava a distanza di circa 3 ore dal momento del liftoff - in cui la navicella Apollo sfuggiva alla gravità terrestre, inserendosi in una studiata orbita translunare ad alta velocità (viaggio dalla Terra alla Luna), grazie alla spinta del terzo stadio del Saturno V, riacceso per circa 5 minuti. Essendo la TLI una manovra di accelerazione che consentiva alla navicella Apollo di lasciare l'orbita di parcheggio terrestre, è evidente che non è corretto riferire – come fatto nel numero citato del Giornale dei Misteri – che Apollo 19 avrebbe impattato contro un oggetto alieno sulla Luna. Di origine artificiale o naturale che fosse, l'oggetto – nel racconto di “retiredafb” e “moonwalker1966delta” - si trovava ancora nel campo gravitazionale terrestre. L'impatto sarebbe avvenuto al termine della TLI (dunque ancora ad una considerevole distanza dalla Luna, che veniva raggiunta dopo un viaggio di almeno 3 giorni). Rispose infatti “retiredafb” nella mia intervista del maggio 2007:

<<Apollo 19 had a loss of telemetry, a brutal end of mission without data. Now the truth is unknown but it seems that it was a natural phenomenon, a collision with a "quasi-satellite ", like Cruithne, or a meteor (the probability is higher I think).>>



Fermi immagine di un filmato che sarebbe stato realizzato all'interno della capsula di Apollo 19 durante il presunto incidente nello Spazio,
nel febbraio 1976: dal video caricato da "moonwalker1966delta", su YouTube
 

Riguardo alle possibilità di una "truffa" o di una "burla" di cui parla il giornalista Massimo Valentini, certamente sono delle possibili interpretazioni del caso Apollo 20. Ma quali sarebbero le ragioni di tale truffa, e quale sarebbe il vantaggio derivato dalla manipolazione dell'opinione pubblica? Io stesso ho chiesto a “retiredafb” - primo a raccontare il caso da protagonista – di provare che egli non fosse un impostore (ipotesi che presi in considerazione). La sua risposta di carattere storico – nell'aneddoto da egli raccontatomi – trovò in seguito alcune conferme. Ma solo a distanza di molto tempo fui capace di avere riscontri alle sue parole (cfr. l'aneddoto sulla bandiera di Apollo 17). Naturalmente, ancora una volta ciò non prova né chi dice di essere né che la sua storia sia fondata ed attendibile. Nondimeno non ci si può esimere dal riconoscere l'estrema complessità della vicenda, raccontata con particolari noti a pochi protagonisti dell'epoca dell'esplorazione spaziale. Se M. Valentini – con la sua feroce critica al caso – vuole sottolineare contraddizioni ed ambiguità dei presunti testimoni, egli fa bene. Ma le motivazioni della parziale manipolazione dell'opinione pubblica che scaturisce dal caso Apollo 20 (per chi assume posizione fideistiche di scetticismo assoluto oppure di fede cieca, senza esercitare il dubbio), non possono essere a mio avviso quelle della semplice burla o della truffa. L'interesse che negli anni ho poi raccolto privatamente da ogni latitudine del globo – con persone che mi hanno scritto in inglese da diversi continenti, dandomi suggerimenti e contributi di analisi – testimoniano che persone dotate di intelligenza e buona cultura (e talora anche addetti ai lavori del mondo scientifico o del volo aereo) sono stati capaci di andare al di là delle contraddizioni evidenti, e di leggere la storia per quello che suggerisce, e che lascia intravedere. Inoltre, nel mio libro ho svolto considerazioni ed approfondimenti che cercano di trovare una logica ad alcune delle diverse contraddizioni rilevate. Dati fuorvianti ed inganni costellano il caso, ma vi è una logica dietro tutto ciò. Non si tratta di meri errori od approssimazioni ed artifizi per dissimulare un inganno.
Ora, prendiamo ad esempio il personaggio "moonwalker1966delta". Valentini lo definisce "poco chiaro". In realtà tale utente di YouTube ha integrato la testimonianza di “retiredafb”, chiarendo tecnicamente alcuni aspetti di essa, ed ha fornito sufficienti indizi riguardo la sua presunta reale identità, e chiunque conosca un minimo di storia dell'astronautica non avrebbe difficoltà ad individuare il suo possibile nome in una ristretta cerchia di astronauti del Programma Gemini. Egli stesso sta continuando (anche nel corrente anno 2012) ad arricchire la testimonianza di Apollo 19-20 con filmati apparentemente inediti di Apollo 19 e soprattutto 20, e note tecniche e storiche divulgate sul suo canale di YouTube, anche se permangono alcune zone d'ombra in merito ad alcuni aspetti di quanto commenta. Nondimeno le sue informazioni - lo ripeto ancora una volta - mostrano talora conoscenze prerogative di addetti ai lavori ai massimi livelli tecnico-scientifici (si veda ad esempio la sua sintetica ma precisa spiegazione dell'acronimo "DPI" o "PDI", spiegazione di cui parlo nel mio saggio Apollo 20. la rivelazione).
Una sigla che si riferisce alla manovre di frenata del modulo lunare, in orbita attorno alla Luna, per poter effettuare successivamente la discesa sul suolo selenico (cfr. il capitolo XIII del mio saggio).

RISPETTO DEI TESTI E DELLE FONTI
Mi pare di intuire che il mio libro Apollo 20. La rivelazione - indicato dal Vostro lettore Maurizio Monzali – non sia stato letto ed esaminato con sufficiente attenzione, altrimenti non avrei trovato scritto sul GdM che il modulo di escursione lunare "LEM" era progettato per tre persone, perché il numero esatto (due in realtà) di astronauti occupanti il modulo lunare si evince bene dalla lettura del mio saggio sul caso Apollo 20, proprio sulla base della testimonianza dei due insiders da me interpellati. Né avrei trovato scritto che Apollo 20 sarebbe allunato il 6 agosto 1974 (una data mai riferita nel contesto testimoniale del caso), perché basta proprio consultare il mio saggio Apollo 20. La rivelazione, per trovare la data del presunto lancio di Apollo 20, indicata da questo discutibile personaggio ("retiredafb"), chiunque egli sia. Si consulti in proposito pag. 230 (Appendice II) dove la data del 16 agosto 1976 è riportata sulla base delle note di commento di YouTube (si veda anche la pagina 44 del capitolo II e la pagina 82 del capitolo III, dove ricordo al lettore del libro sempre il mese di agosto 1976).
Ma senza per forza consultare il mio libro, era sufficiente consultare gli articoli in Rete presenti nel mio sito Web angelismarriti.it, in particolare quello riferito al commento del mio lettore di nome Francesco Faleg, e prima ricordato. Nondimeno lo stesso Valentini dice - rivolgendosi al "signor Monzali" - che conosce "bene gli argomenti trattati nei libri da Lei indicati", ma non dice di aver letto i miei saggi nè di aver letto i miei articoli, e dunque in un certo senso la sua analisi ne risente e ne è figlia. Per conoscere bene gli argomenti trattati, secondo me, non si può prescindere dalla lettura delle due interviste che ho realizzato con i due "insiders", autori della divulgazione in Rete. Per quanto concerne uno dei target delle presunte missioni (la cosiddetta astronave madre aliena) sulla faccia lontana della Luna, Valentini afferma che si tratta di una “semplice depressione del terreno”. A mio avviso si tratta di una mera opinione tutta da dimostrare. Diversi scatti fotografici realizzati dall'equipaggio di Apollo 15 e 17 mostrano – da diverse angolazioni, e con diverse condizioni di luce solare, che si tratta di un oggetto solido di enormi dimensioni, dalla forma sigariforme (lungo circa 4 km). Di natura artificiale o naturale? Su questo si può discutere. Ma per quale motivo l'opinione di Valentini dovrebbe avere più valore della mia? Non ho ancora conoscenza di almeno tre geologi di fama che – in maniera indipendente - si siano pronunciati pubblicamente descrivendo (con sicurezza) il presunto oggetto lunare in esame come una semplice “depressione del terreno” lunare.
Aggiungo un commento sul poligono di lancio spaziale di Vandenberg (California) – su cui Valentini non si esprime sulle pagine del GdM, probabilmente per motivi di scelta, o di spazio di pagina. Ebbene, molti in Rete e sulle pubblicazioni ufologiche, in passato hanno affermato che Vandenberg sarebbe stata una pessima scelta come base da cui lanciare un razzo enorme come il celebre Saturno V, il quale sarebbe stato avvistato (a causa delle enorme dimensioni) e riconosciuto, facendo così venire meno il carattere di segretezza della missione. Proprio consultando testi di addetti ai lavori – e visionando foto degli anni '80 del secolo scorso – ho trovato che semmai è vero proprio il contrario. Scrive infatti il volume Verso lo spazio, scritto a più mani da giornalisti specializzati e scienziati, nel suo paragrafo dedicato alla Vandenberg Air Force Base: “[...] un sito ideale per i lanci verso Ovest e soprattutto verso nord per le orbite polari”. Proprio GdM come ha sottolineato “moonwalker1966delta”: un lancio segreto in orbita polare. Ma il volume da me citato dice anche successivamente: “[...] le colline circostanti, alte fino a 300 metri, impediscono agli estranei la visuale della piattaforma di lancio”.
Passi tratti dal volume Verso lo spazio, dal capitolo I centri spaziali , scritto da Giorgio Rivieccio, giornalista scientifico; pag.16. Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985.

Sempre nel paragrafo, si ricorda che la base di Vandenberg fu scelta per le missioni Space Shuttle militari, anche se poi il programma fu cancellato (ma questo il volume non lo dice, essendo datato 1985), a seguito del drammatico incidente dello Shuttle Challenger (1986), che cambio la politica della NASA e dell'USAF.
Che le colline di Vandenberg nascondano alla vista di estranei le piattaforme di lancio, si deduce ad esempio prendendo in esame una foto realizzata da un militare dell'USAF (tale Bill Thompson) nell'anno 1985: la foto – che mostra il cosiddetto “Slick 6”, il Complesso di Lancio Spaziale numero 6 (SLC-6) da cui sarebbe partito Apollo 19 nel febbraio 1976 - si trova nel corredo fotografico dell'articolo “Space Shuttle Enterprise Unveiled 35 Years Ago to Star Trek Fanfare”, di Ken Kremer, pubblicato il 18 settembre 2011. La didascalia della foto specifica quanto segue: “Space Shuttle Enterprise at Space Launch Complex 6 (SLC­6 ) at Vandenberg , Air Force Base, on February 1, 1985. Credit: Tech. Sgt. Bill Thompson/USAF”.
Ecco il link a cui accedere per esaminare la fotografia:
Questo il collegamento all'articolo:
Sicuramente nell'anno 1976 la situazione sarà stata analoga, se non ancora più sicura rispetto ad occhi indiscreti.



CONCLUSIONI
Ho la netta sensazione che - fermo restando un sano scetticismo da parte del Vostro Massimo Valentini (autore della risposta alla lettera del Monzali) ed una sana prudenza su un caso controverso e dalla possibile lettura a più livelli - la Vostra rubrica dedicata alle Lettere non abbia risposto esaurientemente alla domanda del Maurizio Monzali. Lo studioso toscano di Borgo San Lorenzo – che so essere attivo collaboratore della S.U.F. del prof. Solas Boncompagni - sottolineava che sarebbe sufficiente che se solo una parte delle affermazioni riportate nei miei testi corrispondessero alla realtà dei fatti, verrebbe rivoluzionata l'intera storia dell'astronautica e dell'esplorazione spaziale. I miei ultimi comunicati stampa - scaricabili dal sito www.angelismarriti.it - indicano che almeno una verità appare altamente probabile: le potenze USA ed URSS, durante gli anni'70 del secolo scorso, furono impegnate in attività astronautiche segrete e congiunte (con equipaggi misti). Sugli obbiettivi reali di tali missioni e sui loro tempi, si può naturalmente discutere a lungo, pro e contro, non essendoci ancora sufficiente chiarezza in merito a dati scientifici e testimonianze.
Personalmente io mi sono limitato a porre la questione giornalistica della testimonianza controversa di questi dichiarati insiders (dall'identità dubbia), e con le mie modeste forze ho tentato di dare alcune risposte e di interpretare provvisoriamente dati ed affermazioni sconcertanti, inseriti in un contesto plausibile. Ma l'ho fatto più recentemente anche incrociando i dati ed i ricordi di terzi, di altre persone che al tempo dei presunti fatti asseriscono di aver intercettato voci radio analoghe e coerenti con alcuni fatti narrati nel caso Apollo 19-20. Personaggi che mi hanno contattato a seguito della divulgazione del caso stesso.
In ultima analisi - fermo restando che ognuno è libero di giudicare come crede e legittimamente il giornalista M. Valentini argomenta il caso invitando il lettore a prendere le distanze dalla storia di Apollo 20 (storia che egli giudica non veritiera, a differenza del mio punto di vista che ritiene il caso degno di estrema attenzione, in quanto contiene a mio avviso alcuni elementi di una verità occulta, mescolati ad arte con dati fuorvianti) – mi auguro che la prossima volta che la Vostra pubblicazione darà risposte a lettere che interpellano il Giornale su presunte missioni spaziali segrete, fornirà senza dubbio una lettura critica più rigorosa e fedele alle fonti ed alle testimonianze coinvolte. Seppur controverse e di difficile lettura. Nel rispetto della difficile ricerca della verità e del pregresso lavoro giornalistico altrui.
Una rivista storica e prestigiosa come la Vostra, lo deve ai Suoi attenti lettori appassionati del mistero; perlomeno questa è la mia sincera opinione.

Luca Scantamburlo, 13 luglio 2012
freelancer socio della F.L.I.P. (Free Lance International Press di Roma)
e della I.A.P.P. (International Association of Press Photographers).

Lo scrtto sopra riportato è liberamente riproducibile in Rete, a condizione che non venga alterato e che venga sempre specificato l'Autore, la data e le fonti bibliografiche. Sito Web dell'Autore: www.angelismarriti.it


FONTI BIBLIOGRAFICHE E DI RIFERIMENTO:

Verso lo spazio, AA.VV., Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985

Apollo 20. La rivelazione, di Luca Scantamburlo, Lulu.com, Lulu Press, Inc., USA, seconda ristampa, genn. 2011 (prima edizione, dicembre 2010).

UFO Notiziario, nr.70, agosto-settembre 2007

UFO Notiziario, nr. 71, ottobre-novembre 2007

APPROFONDIMENTI SUL CASO APOLLO 20,
di Luca Scantamburlo, 18 Settembre 2007

Dai commenti al video “APOLLO 19 LAUNCH
caricato su YouTube da moonwalker1966delta in data 20 novembre 2009
in risposta a commento di utente YouTube (anno 2010)

Canale di moonwalker1966delta su YouTube
Space Shuttle Enterprise Unveiled 35 Years Ago to Star Trek Fanfare”
di Ken Kremer, 18 settembre 2011

AN ALIEN SPACESHIP ON THE MOON: INTERVIEW WITH WILLIAM RUTLEDGE,
MEMBER OF THE APOLLO 20 CREW
di Luca Scantamburlo, 25 maggio 2007

AN INTERVIEW WITH APOLLO 19 COMMANDER
di Luca Scantamburlo, 15 settembre 2008

Fonte: www.angelismarriti.it, di L. Scantamburlo, (C) 13 luglio 2012

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